La Fede è niente senza Conoscenza

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Oggi, impunito e accaldato pubblico di Nea, o quel che ne resta, vorrei raccontarvi della storia di un uomo che, in tempi recenti e comunque non da ora, ha generato diverse riflessioni nella mia testolina ruminante: Tiresia.

Egli viene ricordato come celebre indovino tebano, figlio di Evere e della ninfa Cariclo, questo credo che ormai sia di pubblico dominio.

L’origine della sua cecità è ricca di invenzioni e tesi che, seppur a tutta prima diverse, in realtà si rivelano strettamente connesse, poiché si riferiscono tutte a un unico Principio.

Alcuni riportano che la punizione degli dei scaturì dall’aver visto Atena Pallade (l’antica Sofia) nuda al bagno. Altri, per aver svelato i disegni divini agli uomini, altri ancora per aver contraddetto Era in una disputa con Zeus, sul piacere dell’amore sensuale.

In tutti e tre i casi, nonostante le circostanze appaiano casualmente estranee l’una all’altra, Tiresia si caccia nei guai poiché, in ogni modo, accede forse inconsapevolmente, a verità che non avrebbe dovuto (o potuto) scoprire e, quindi, rivelare. Si trova nella posizione di vedere realtà non accessibili ai mortali, quale egli stesso era, e delle quali, proprio per la connaturata inaccessibilità, non è consentito riferire nulla agli umani, anzitempo.

Solo l’ultimo caso, quello dell’ennesima diatriba tra i genitori olimpici, apre il pensiero a una lettura decisamente più stimolante.

E vi spiego subito perché.

Tutto cominciò quando un giorno, Tiresia passeggiava nel bosco e, all’improvviso, gli comparvero davanti due serpenti attorcigliati, avvinghiati nell’atto di accoppiarsi.

Allora il nostro, col suo bastone, separò i due serpenti e immediatamente fu tramutato da uomo in donna.

Visse, con questa identità, per sette lunghi anni, fin quando di nuovo non si ritrovò per lo stesso bosco e incontrò, per la seconda volta, i serpenti durante l’amplesso. Ancora li separò col suo bastone e fu ritrasformato in uomo.

Tiresia così si presenta come un essere umano speciale. Ora io domando a voi: in che cosa crediate che consista questa sua specialità?

Sono sicura che molti risponderanno d’impeto, affermando ch’essa sia la possibilità di vivere prima in sembianze maschili poi in quelle femminili.

Ebbene, permettetemi umilmente di correggere questa visione, giacché secondo la mia percezione, la particolare fortuna di Tiresia non sta tanto nell’aver cambiato genere di appartenenza per il tempo necessario, quanto nella capacità di conservarne il ricordo dentro di sé.

In quest’ottica, la storia di Tiresia fin qui raccontata sembra disegnare alla perfezione la rappresentazione del senso del karma.

Non indifferente deve esservi il fatto che la trasformazione avvenga ogni qualvolta l’indovino incontra una coppia di serpenti in fase copulativa (segno di androgino rimescolamento unitario primordiale) e cerca di dividerli col suo bastone.

Il bastone è, tra le altre cose, Tempo, il momento in cui l’anima ritiene opportuno reincarnarsi. Esso, col suo intervento, attua quella separazione diabolica (Διάβολος, colui che divide attraverso la calunnia e il dubbio, ricordiamo il serpente che parla ad Eva nell’Eden) intesa come forza separatrice dal Tutto che attira, con la sua gravità, l’anima nella sfera terrestre; la sola che le permetta di fare esperienza e progredire verso il perfezionamento spirituale.

Il bastone è anche Coscienza, la quale s’interseca con la materia per favorire l’affrancamento dalla totalizzante e confortevole appartenenza alla divinità.

A questo punto, la storia subisce una sterzata.

Successe che Zeus e sua moglie Era, che erano soliti discutere per ogni cosa, si trovarono a litigare per una questione a tutt’oggi ancora di problematica risoluzione: chi gode di più tra l’uomo e la donna?

Zeus sosteneva che fosse la donna, Era il contrario.

Chi meglio di Tiresia, che aveva avuto l’opportunità di appartenere per un tempo relativamente lungo a entrambi i generi, avrebbe potuto risolvere il caso?

E Tiresia così si espresse: “Il piacere sessuale si compone di dieci parti, l’uomo ne prova solo una, la donna nove. Quindi la donna prova un piacere nove volte più grande di quello dell’uomo.”

A questa risposta, la regina degli dei, come suo solito s’infuriò e rese Tiresia cieco per sempre.

Zeus, dal canto suo, più divertito che persuaso, decise di ricompensare l’indovino consentendogli di predire gli accadimenti del futuro.

Tiresia, da questa disavventura (che insegna saggiamente che tra moglie e marito non mettere il dito) ottenne dagli dei, a conforto della sua cecità, la virtù di predire il futuro.

E qui, mi pare doveroso spiegare che la cosa non significa, come erroneamente tendiamo a credere, il saper guardare oltre, bensì indica la capacità vedere dentro, considerato che tutte le cose future già sono in germe potenziale contenute all’interno dell’oggetto presente.

E in ultima istanza, perché per sviluppare questa potenzialità, Tiresia dovette perdere la vista delle cose sensibili?

Perché quando è superato quel ponte che dirige alle distrazioni del mondo fisico, solo allora è possibile concentrarsi per costruire una Torre che conduca alle sfere spirituali, dove tutta la cronologia dell’umanità, sia collettiva che individuale, è simultaneamente leggibile.

Tuttavia, se nei tempi antichi, fatti di privazioni e spartizioni, valeva il detto che la conoscenza è niente senza fede, nell’oggi addizionato e multiplo possiamo, senza tema di smentita, applicare a tale motto l’algebrica proprietà commutativa.

(Immagine in evidenzaJohn William Waterhouse “La sfera di cristallo”, dettaglio, 1902)

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3 thoughts on “La Fede è niente senza Conoscenza

  1. La figura di Tiresia è molto interessante e ha affascinato più di un autore – uno tra tutti, T.S. Eliot – per i temi che hai evidenziato e per i vari modi in cui sono stati letti. Il rapporto tra menomazione fisica e poteri al di là della media, tra l’altro, è una costante nei miti e nella letteratura greca: per esempio, la tradizione affermava la cecità di Omero, cui si aggiungono vari personaggi mitici col suo stesso mestiere; e anche il problema mentale era interpretato come un segno del contatto con il mondo sovrannaturale: colui che è “tocco”, cioè toccato dalla divinità, perde facoltà normali e ne acquista altre per compensazione; le quali, provenendo da quella dimensione altra, sono come una porta di comunicazione con quell’alterità.

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