Deframmentazione di un titolo

Lo so non è facile, e forse neppure troppo saggio, confutare le parole di uno come Francesco Poli. Tuttavia, io non amo le cose facili e non sono manco tanto saggia.

Pur apprezzando molto il taglio critico che questo ha apportato al settore, mi sento come chiamata a replicare al suo ultimo articolo pubblicato sul numero di luglio di Arte Mondadori, dedicato all’artista Arman.

Per iniziare, già il titolo mi distraeva, mentre mi appendevo all’impaziente fila per pagare la rivista (che acquisto esclusivamente per tenermi aggiornata sulle cose contemporanee essendo, nel luogo in cui vivo, assai difficile reperire altro genere di materiale informativo artistico).

“Arman, l’alchimista dei rifiuti”.

Solo la disposizione delle parole Arman-alchimista-rifiuti, con  alchimista al centro, mi ha aperto un universo, procurandomi un improvviso buonumore che non ho potuto liberamente manifestare, giacché la scena sarebbe stata poco consona all’ambiente serioso degli indiani dell’edicola del sabato mattina.

Mi sono detta: se l’obiettivo dell’autore era quello di catturare l’attenzione del distratto lettore da lettino solare, beh, allora ci è perfettamente riuscito. Almeno con me. Pur ammettendo di non amare dormire al sole.

Ora vediamo – ho continuato – se il contenuto dell’articolo e le considerazioni intorno al lavoro di questo, che tutto considero fuori che alchimista, sono pertinenti all’occhiuto titolo.

Appena pagato, ho raggiunto una panchina tranquilla, lontana da occhi indiscreti che potessero decifrare espressioni bizzarre sul mio volto. Con triplo volo pindarico carpiato ad oppio avvitamento, ho raggiunto pagina 81, dove mi aspettava altero un nuovo neretto, indubbiamente più sincero. A tutto Arman, sottotitolo, L’estetica nella discarica.

Ecco, ho pensato, ci risiamo. Hanno provato di nuovo a vendermi merda.

Cionondimeno, poiché apprezzo il Poli e anni e anni ho speso tra le interessanti pagine dei suoi testi, ho deciso di dargli una terza chance.

Sono davvero curiosa di capire in che  modo l’impavido storico dell’arte abbia potuto accostare l’Ars Regia alle opere di questo artista. La vocina onnipresente nella mia mente.

Intanto, mi pare giusto parlarvi del motivo della presenza di Arman su questo numero di Arte: dal 5 maggio al 23 luglio 2017 (dunque, affrettatevi!) Palazzo Cipolla, a Roma, presenta un’ampia retrospettiva a lui dedicata, curata e promossa dalla Fondazione Terzo Pilastro.

Il passo successivo è quello di fornirvi di alcuni cenni sul percorso artistico di Arman, estrapolando proprio dal primo capitolo (Nuovi Realismi e Pop Arts di Catherine Grenier) di un testo che ho letteralmente divorato: Arte Contemporanea, le ricerche internazionali dalla fine degli anni ’50 a oggi, edito da Electa nel 2003 e giustappunto a cura del Poli di cui sopra.

Arman rientra tra i giovani artisti che non tardano a contestare i valori dell’astrazione dominante e quelli del tardo surrealismo, considerati superati e legati a un mondo ormai scomparso.

Si mostreranno ricettivi […] a condurre l’arte alla riconquista della vita e del reale… che sarà il progetto di questa nuova fase dell’arte che con loro si  inaugura e che sarà l’arte contemporanea. Gli anni cinquanta e sessanta, presi nel vortice dei vari movimenti contestatari che li scandiscono, confluiscono nella ‘controcultura’, le cui premesse si trovano tanto negli eroi… e nei poeti della beat generation che nelle figure picaresche e deculturate popolano le opere di Antonin Artaud e di Samuel Beckett.

Nel clima del dopoguerra, è tra i rifiuti nei mercati dell’usato e nelle carrozzerie che gli artisti vanno in cerca di materiali che costituiranno le loro opere di cui una delle caratteristiche fondamentali è proprio il marcato interesse per gli oggetti. Interesse critico in Arman, che accumula oggetti banali ma anche maschere a gas… questa attenzione per le ‘cose’ della vita quotidiana si sviluppa attraverso i diversi procedimenti di appropriazione che costituiranno per ogni artista una sorta di ‘firma’. […] Alla composizione viene sostituita l’esperienza, l’opera si apparenta a una manifestazione, a un risultato di un processo di metamorfosi del reale (qui si genera l’inganno che possa celarsi una qualche parentela con l’alchimia) di cui l’opera è un effetto. […] L’apporto principale dei nouveaux realistes consisterà proprio in questa riappropriazione dei principi del ‘ready made’ o dell’all over trasferiti in un nuovo contesto, quello di un artista impegnato nella storiografia istantanea del suo tempo.

In pratica, in che cosa si palesa l’arte di Arman? Come sono le sue opere?

 

 

In pratica, si tratta di collezioni di oggetti banali rivisitate e ripresentate al pubblico in chiave poetica, con un taglio, a tutti gli effetti, decisamente personale e drammatico, rivelatore di una frammentazione dell’Io che sta alla base di tutta la produzione umanistica del Novecento.

Strumenti musicali, materiali deprivati del loro destino banale, banali quotidianità estrapolate dal loro contesto funzionale: queste le opere.

E’ evidente la tensione tutta umana, figlia illegittima della nascita del pensiero psicoanalitico, di elevare l’esistenza routinaria, di sottrarla alla sua impietosa e infausta sorte.

L’uomo, che grazie o per colpa di Freud, è sempre più spesso paragonato a un rifiuto che brancola ubriaco tra passioni e disperazione, nel vano tentativo di affrancamento da una società che lo imprigiona in f-rigide torture m-orali, viene da questo artista rappresentato proprio con oggetti di scarto.

E la vita, ridotta dal materialismo moderno a fetido pattume, s’interseca e si ibrida nella manipolazione poetica e artistica delle cose.

Anche Lea Vergine, nel mini saggio-catalogo “Quando i rifiuti diventano arte” (edito da Skira nel  2006 a seguito dell’omonima mostra presso il MART) aveva saggiamante affrontato l’argomento.

“La spazzatura diventa linguaggio mediante le opere nelle quali il rifiuto (parola che possiamo leggere in modo ambivalente N.d. A.) si fa cultura visiva e non solo.

Anche con materiali ritenuti vili si poteva dar luogo a manufatti a carattere estetico.”

Nel 1994, traggo ancora dall’opera citata cinque righe più su, Tommaso Labranca ha definito il trash come l’emulazione non riuscita, l’imitazione fallita, utilizzando un interessante sillogismo:

1- il trash ha un suo pilastro nell’emulazione:

2- l’emulazione, poiché si rifà a un modello preesistente, è necessariamente in ritardo;

3- il trash è l’espressione di un ritardo.

Il concetto espresso è estremamente stimolante, visto che, leggendo gli eventi con occhio distante e onnicomprensivo, possiamo identificare il ritardo in oggetto nel ritardo dell’evoluzione dell’anima umana.

Scrive invee il nostro Poli nell’articolo di Arte: “Inoltre, poteva alimentare la sua bulimica passione di collezionista di arte africana e armature samurai e di molte altre cose. E in effetti si può dire che il paradosso ironico della sua attitudine creativa sta nel fatto che, grazie a un’operazione ‘alchemica’ di permutazione della quantità in qualità, è riuscito a trasformare delle collezioni di oggetti di scarto o banali , e persino degli accumuli di spazzatura (e cioè i rifiuti della società dei consumi), in valori quanto mai apprezzati dai collezionisti d’arte e dai musei.”

Imbrigliata in accumulazioni seriali di definizioni scientiste che non le calzano, che le sfuggono e le scivolano, che la smaterializzano, l’anima si ghiaccia e non progredisce. L’arte, inconsapevolmente, cerca di recuperare, come in un’opera di riciclaggio, quel che ne resta.

A questo punto, se proprio proprio devo leggere un processo alchemico in questi lavori (e sarebbe comunque una vistosa forzatura), io lo vedrei più  nelle intenzioni  e intuizioni creative della fase di ricerca e progetto che nell’accumulazione compiuta.

Il fatto curioso è che Arman, nel 2005, è stato protagonista di un record d’asta incredibile.

A
Le Quintette Mozart, 1963

L’opera qui sopra riportata è stata battuta da Tajan a 425mila eurini.

L’unica trasmutazione immediatamente visibile è quella dell’immondizia in milioni di euro.

Pare subito chiaro che questa cifra da capogiro, così elevata da sembrare inesistente, serve all’acquisto di un’icona, di un simbolo, di uno status sociale, di qualcosa di virtuale come la successione impressionante di quei numeri, che proietta l’Io in una dimensione aliena nella quale nessuna liberazione avviene dalla materia. Dove, piuttosto, l’accumulo compulsivo degli oggetti non basta a riempire, e forse a rimpicciolire, quello spazio che divide l’uomo dal suo vero Sè.

In ultima istanza, caro Poli, la prossima volta che stabilisci la civetta, ti prego fai in modo di riordinare insieme le idee sparse ovunque e confuse nella volatile memoria della massa onde facilitare l’accesso ad alcuni concetti non finemente processati. Ché, a volte, un po’ di vuoto è necessario per ripristinare i ritmi di lavoro abitudinari.

Però, lo ammetto, le virgolette ti redimono.

Con affetto.

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