The world outside

E quando, alla fine, sarai tu a stare male, ti renderai conto, nudo di fronte alla verità, che a nessuno in fondo interessa.

Quando la porta chiuderà il mondo fuori, crolleranno tutti i falsi abbracci, gli ipocriti occhi pietosi, le paroline di circostanza.

In quel momento esatto, farai i conti con l’innocente indifferenza della vita che ti gravita meccanicamente intorno.
Comprenderai il senso, il motivo e l’urgenza della solitudine.
Perché tu sappia, una volta per tutte, che la sofferenza fa paura a quelli che non soffrono.
Essi la scansano come si scansa un’epidemia letale.

Perché tu ti accorga che sono tutti disposti a spendere parole buone per l’immigrato bloccato al porto e nessuno è capace a tendere la mano al fratello ferito, disteso ai suoi piedi.

Ma quando quel dolore è tutto tuo, diventa una croce da abbracciare e stringere fino a cavarne lacrime e sangue, sudato nutrimento di forza sovrannaturale.

E forse, in ultima istanza, capirai che amico del dolore è il dolore e tuo fratello non è più scritto nel dna ma
nell’unità dei vissuti.

E noi, per questo, lo siamo due volte.


Una risposta a "The world outside"

  1. Giusto. Ripensavo a Dante: è vero che, quando pensa alla pena per gli ipocriti, si basa su una paretimologia letta in qualche libro (ypò krysis = sub auro), ma l’idea della cappa di piombo dorata esternamente mi è sempre sembrata una scelta naturale, perfettamente in tono. Anche questo fa un grande poeta.

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