Corna e bicorna

Non mi stancherò mai di ripeterlo: bisogna parlarne, confrontarsi e discuterne, sempre.
Non si può spacciare impunemente tutto questo per arte e ridurlo al fatto che il volgo è ignorante.

Se il volgo ignora, allora, a maggior ragione è compito obbligatorio dell’arte educarlo e non mai estrometterlo dalla fruizione artistica.

Tuttavia, poiché i progetti sono ben lungi dall’ammettere tutti alla Conoscenza, Mangiafuoco & Co. continuano a fare il loro sporco gioco senza, infine, voler redimersi.

Nel caso in oggetto, l’installazione definita fontana o viceversa, oltre a essere discutibile proprio nella sua forma esteriore, apre infinite letture da un punto di vista interiore.

La bozza iniziale prevedeva che il gruppo scultoreo fosse completamente dorato. Possiamo, quindi, dire, con buona pace di alcuni astrusi intellettuali, che la lampada solare – total body – quanto meno non accentuava il posizionamento strategico di alcuni simboli che lasciano serenamente intendere una incursione di stampo massonico.

La colorazione pseudo-pop-surrealista, invece, trasforma il lavoro in un oggetto kitsch. Non quel kitsch voluto e ricercato, però,come di contro accade, ad esempio, in Koons (che a mio modesto avviso restano sempre obbrobrio, sebbene l’intenzionalità a monte restituisce una certa dignità estetica ai suoi lavori).
Si tratta di un kitsch accaduto per sbaglio, come sbagliato è il ridicolo tentativo di farci passare per fauno quell’infoiato cornuto.

In realtà, l’obiettivo è molto semplice: creare nella percezione del pubblico una sorta di asservita soggezione nei confronti dell’arte contemporanea e instillare, volta dopo volta, quel sentimento di inadeguatezza verso quella cultura che sarebbe necessaria a comprendere un determinato argomento.

il fruitore d’arte, però, che sia ben chiaro, non è tenuto ad alcuna preparazione intellettuale che preceda l’entrata in una sala espositiva.

E volete sapere perché?
Nulla di più semplice.

L’arte figurativa parla, appunto, per immagini. Meglio ancora, per simboli.

Ed è proprio il simbolo che sviluppa i collegamenti, consentendo al cervello di ognuno, di tutti, l’intendimento inconscio di quanto visivamente rappresentato.

Ed è proprio in quell’intendimento, che altro non è che l’intelligenza emotiva agente per analogie e non per ragionamenti, che l’arte deve andare a costruire.

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Una risposta a "Corna e bicorna"

  1. Io, forse perché ho fatto il classico, forse perché ho passato moltissime giornate della mia infanzia a casa dei nonni, ho un gusto parecchio classico, quindi molto lontano da certi modi d’intendere l’arte e molto portato a darti ragione sul giudizio immediato (quell’intelligenza emotiva di cui dai la definizione in coda all’articolo, e per la quale basta essere vivi e senzienti).
    Certo, in questi casi si dice che lo spettatore deve andare oltre l’apparenza e comprendere il concetto, l’idea di fondo, il messaggio nascosto dell’artista; ma mi vengono in mente due o tre cose sparse, inezie, per carità, che pur hanno un loro peso in queste materie. Una è un detto evangelico: “…non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio” (Mt 5, 14-15). Se l’artista ha un messaggio, come osservavi bene, lo deve rendere comprensibile, invece di lamentare con segreto compiacimento “Odi profanum vulgum…”. Un’altra cosa è che spesso l’artista si lancia in spiegazioni gassate al gusto di filosofia d’accatto, per giustificare l’opera dandosi un’aria intellettuale. In genere, si sente distintamente il suono delle unghie sui vetri.
    L’opera in questione, a una prima occhiata pare alquanto bruttarella anche a me: mi dà l’effetto tipico del ritorno all’ordine anni Trenta, quando ritornavi a respirare vedendo arte figurativa, più o meno alla vecchia maniera ma sempre con qualche deformità, come fossero le cicatrici lasciate dai movimenti avanguardisti, la paura di archiviare sul serio quell’esperienza o l’impossibilità di farlo. Non so s’io renda l’idea, e non intendo nemmeno fare una condanna senz’appello delle avanguardie o di chi le seguì; ma certo, sarebbe servito spiegarsi meglio a tutti e due i fronti: alla fine, l’avanguardismo fu un volontario allontanamento del pubblico, cieco elitismo proprio mentre si buttavano via le regole dell’ancien régime artistico; dall’altra parte, prima di chiamarlo ritorno all’ordine, avrei riflettuto di più, perché non c’era negli artisti alcuna reale volontà di tornare indietro, almeno per come la vedo io.
    Mi scuso per la lunghezza del papiro, fra un po’ supero quella dell’articolo…

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