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Sull’identità di William Shakespeare si sono consumati fiumi di inchiostro.
C’è chi dice che sia realmente esistito, chi dice sia uno pseudonimo, chi, tra le recenti indagini, conferma l’intrigante versione secondo cui si trattò di un nobiluomo addirittura italiano, per la precisione siciliano.
Insomma, chiunque egli sia stato, quello che sappiamo per certo é: 1) che le sue opere sono eccelse e 2) che era un grande iniziato.

E certo, perché solo un vero iniziato è capace di leggere il santo valore dei principi dietro ai paramenti terreni.

I suoi lavori, infatti, non sono una semplice narrazione di fatti esteriori. Essi lasciano chiaramente intendere, a chi se ne intende, che il nostro Scrollalanza da Messina cianciava di fatti spirituali dietro gli eventi, le storie, gli intrecci e i personaggi.

Un esempio su tutti, in Amleto, la morte di Ofelia nelle acque sta a rappresentare una morte emotiva, la pazzia per l’appunto, in cui le emozioni, e tutta la sfera dei sentimenti e delle impressioni, sono simboleggiati, in ambito esoterico, con l’acqua.

Orbene, senza dilungarmi oltre, onde non arrecare noia a chi è curioso, andiamo ai nostri.

In realtà, il numero dei piani di lettura della tragedia si perde nelle profondità individuali e sono tanti quanti gli strati della conoscenza di ognuno.

Ecco, la storia più antica del mondo che ritorna in vesti nuove, ma uguale nella sostanza.

La storia di un uomo e una donna.
Dell’uomo e della donna.
Maschio e femmina, contro la volontà del gruppo di appartenenza (le rispettive famiglie Montecchi e Capuleti) si “innamorano”, provano reciproca attrazione, ardente brama di congiungersi.

Peculiare il quando: durante lo svolgimento di una festa.
Una festa assurda, piena di caos, intrisa di colori, abitata da variopinte maschere, dove nessuno mostra davvero chi è, ben nascosto dietro un travestimento.
Neppure i due si ri-conoscono, inizialmente.
Ignorano pure di far capo a due fazioni opposte.

Il party è il gioco delle parti.

Maschio e femmina, dicevamo, si incrociano e abbandonano tutto quello dal quale provengono.
Due principi, in sostanza, che desiderano fondersi.

Dopo una lunga serie di mirabolanti e improbabili vicissitudini, i due si uniscono segretamente in matrimonio, tuttavia ciò non placa i fuochi degli iracondi famigli, i quali, ignorando, continuano a frapporsi, egoisticamente affamati di prevaricazione e vendetta, ai due sposi.

Le cose finiscono per capitolare quando Romeo si trova quasi costretto a uccidere Tebaldo, cugino di lei.

Nonostante l’esilio e tutto il resto, gli amanti si cercano disperatamente.

Infine Giulietta, con l’aiuto di frate Lorenzo, Fratello,
tramite una pozione di morte apparente, inscena la sua morte cosicché con Romeo sarebbe scappata, finalmente liberi, finalmente insieme. Cionondimeno,- come si può essere liberi davvero, indossando ancora i panni morali?-, qualcosa non va secondo i piani: la notizia dell’inganno tarda a raggiungere Romeo che scopre l’amata morta e si uccide proprio mentre l’effetto del finto veleno svanisce. Giulietta, vedendo lo sposo senza vita, si suicida anch’ella, consegnando, una volta per tutte, il loro amore all’eternità.

Questa tragedia è la narrazione di un processo alchemico.

Nonostante la morte, anzi proprio per mezzo della stessa, essi vivranno in eterno congiunti, liberi dalle pesanti catene dei sentimenti.

Le famiglie rivali altro non sono che le resistenze che l’adepto incontra e deve superare.
La morte fisica degli sposi rappresenta invece la fusione dei due principi, maschile e femminile, e la morte metaforica del cercatore spirituale dalla vita precedente, in cui i simboli dello spirito nel mondo erano, per lo più, indecifrabili.

Qualunque altra riflessione formuliate a riguardo è ottima e valida.


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