Manuale di sopravvivenza per G.iovani E.rmetisti P.asticcioni (e anche pasticcini)

Oggi, miei cari impuniti lettori abusivi di Nea, andremo a sviluppare una piccola disquisizione intorno ad alcune semplici nozioni che bisogna imparare a maneggiare bene, prima di avanzare più o meno velate obiezioni alla presente scrivente la quale, comunque, nonostante i vostri infantili approcci, non è mai stanca di ricondurvi sulla retta via.

Guardiamo insieme i concetti a cui mi riferisco nella loro indipendente funzione; poi nel loro autonomo significato a livello filosofico; infine nell’interconnessione fra essi sussistente, per una corretta interpretazione della realtà.

Sappiate, amati scrutatori, che i danni da reiterata cattiva elaborazione dei dati relativi all’esperienza della realtà sono gravissimi. Tra questi, e molti altri, annoveriamo distopia irreversibile nei confronti della percezione del proprio sé e di quello degli altri, in funzione all’ambiente interattivo.

Questi i concetti: idea, simbolo e rappresentazione.

Essi sono anche elementi che ci riportano alla Filosofia ermetica ovvero Fuoco, Acqua e Aria dove per Fuoco s’intende Idea, per Acqua Simbolo e per Aria Rappresentazione.

Andiamo a vedere perché.

A monte di tutto vi è l’Idea pura, ciò che dà l’avvio alla creazione (o all’evoluzione, come preferite, giacché l’evoluzione non è che creazione in itinere, ma so che voi amanti delle parche parole esigete precisione), ciò che dalla Luce senza fine procede, il fuoco perenne e fecondo.

Il simbolo arriva dopo, quando, una volta cominciato il suo percorso di espansione (o emanazione), l’Idea necessita di fare esperienza del fisico.

Il simbolo è acqua duttile e liquida, in quanto capacità trasformativa nella forma che di volta in volta l’Idea, desiderosa di generazione e vita, sceglie quando cerca qualcosa cui appigliarsi. Tant’è che troviamo il primo simbolo, il triangolo, nella Trinità celeste prima di Da’at.

Da questo momento in poi, l’Idea attraverso il simbolo, cioè la fissazione dell’idea pura in una forma spazio-temporale, cade nella Terra, il Pensiero riflesso, e, così cadendo, comincia a produrre rappresentazioni di se stessa.

Ora, l’Idea pura non può essere percepita nella sua primaria lucentezza. Noi non possiamo guardare dritto nel Sole. Allora, essa si servirà di strategie parallele per farsi raggiungere, oggettivandosi nella forma della mente (forma mentis). Ma, quindi, la mente è un simbolo? Ogni cosa è un simbolo ma non tutti i simboli sono cose.

(Attention, s’il vous plait!)

Scendiamo più nel dettaglio, al fine di chiarire ulteriormente la questione.

Cosa distingue l’idea dalla rappresentazione?

L’Idea (che è ben altra cosa dalle idee) è appunto la scaturigine di tutto ciò che segue, il frutto diretto della contrazione di Zero infinito potenziale, il +1-1 che tutto contiene; la rappresentazione è Aria, leggera e dinamica, poiché sgorga dal sistema nervoso, quale porta socchiusa da cui spira il vento spirituale. La rappresentazione è, infatti, la restituzione della forma osservata alla rielaborazione della mente osservatrice che cercherà, per astrazione, di cavare un principio dalle cose e ricordare l’Idea pura, cioè se stessa diminuita.

Oh, ma che stregheria è mai questa!

E se la forma simbolica è fissazione dell’Idea pura e la rappresentazione è la restituzione della forma alla mente osservatrice e la mente osservatrice è oggettivazione dell’Idea pura per ricordarsi di sé, allora l’Idea pura e la forma sono la medesima cosa trasformata? Alla fine, come all’inizio, forma osservata e mente osservatrice non esistono come separate. La separazione diabolica è un escamotage che l’Idea pura ha sperimentato quando ha cominciato a discendere e trasformarsi per necessità, conferendo così la libertà di autocoscienza per il ritorno.

Per cui, mentre l’Idea è superiore alla mente (superiore in quanto precedente!), invece la rappresentazione è inferiore, in quanto prodotto (successivo) della mente, del cerebro minerale. In sostanza, la rappresentazione si trova dentro la mente, mentre l’idea è fuori, le è esterna; per alcuni estranea, per molti straniera! 

La differenza tra il simbolo e la rappresentazione è ancora più grande, giacché la rappresentazione, come abbiamo detto, è una restituzione della forma osservata alla rielaborazione della mente osservatrice, e invece il simbolo è quello strumento che riappacifica idea e rappresentazione. Meglio detto, il simbolo quel luogo in cui ciò che è infinito si aggrappa o si unisce a ciò che è finito e crea qualcosa in grado di portare la mente al di sopra della rappresentazione per ritornare all’Idea pura che sta alla sua stessa scaturigine.

Il simbolo è quel sigillo alla cui apertura sottende il ritorno dall’esistente all’Esistenza.

Per questo motivo,  all’uomo comune, incapace di vedere oltre il velo delle apparenze, di mettere l’occhio dentro la forma e leggerne i simboli, è molto più naturale farsi rappresentazioni (sbagliate) della realtà che chiamerà idee, mentre gli sarà praticamente negata alcuna forma di risalita dal cerebro minerale (cosa che non può avvenire per tramite della mente razionale) al di là dello stesso, per cogliere l’Idea pura, Dio. Egli arriverà, dunque, a negarne l’esistenza ma l’unica cosa davvero certa è la pesante limitatezza della sua facoltà pensante.

“Giunti al punto più basso dell’emanazione ha inizio la risalita o conversione (epistrofé), che soltanto l’uomo è in grado di compiere. Fra tutte le creature viventi, l’uomo è infatti l’unico essere dotato di libertà capace di invertire la necessità della dispersione, volgendosi alla contemplazione dell’intelligibile. Soltanto l’anima del sapiente però sa compiere questa ascesa: la maggior parte delle anime individuali, incarnate nel corpo, non avverte l’esigenza del ritorno all’unità perché non conosce la meta da raggiungere o perché non è in grado di arrivarci. Si crea così una profonda differenza tra i pochi uomini che riescono a raggiungere la salvezza, e le anime dei sofferenti che restano ciechi alla luce. Per le poche anime elette si viene a determinare un sistema circolare: l’Anima universale, nata dall’emanazione delle precedenti ipostasi, emana l’anima individuale che ha la possibilità del ritorno. Si tratta di un ciclo che dalla processione risale alla contemplazione; dalla necessità alla libertà: sono due poli complementari, i due aspetti di una realtà sola. Il percorso delle Enneadi ricalca tale cammino circolare, descrivendo il passaggio dalla materia all’Uno, e il ritorno dell’Uno alla materia. Non è solo un percorso filosofico della mente, un modo di esposizione efficace delle teorie filosofiche, ma è un percorso dell’essere, un’ascesi di vita che fissa le tappe che ognuno può percorrere per la realizzazione di sé, in maniera simile ad un percorso per iniziati” (Plotino – L’anima umana e il suo ritorno all’Uno – Felpagialla)


8 risposte a "Manuale di sopravvivenza per G.iovani E.rmetisti P.asticcioni (e anche pasticcini)"

  1. Leggendo il tuo testo riguardo ai simboli mi sono chiesta come mai alcuni simboli son sempre rimasti uguali nella storia deggl’uomo. Per esempio le note son rimaste sempre uguali, anche se personaggi creativi, come John Cage hanno creato, nuovi linguaggi musicali.

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    1. Beh le note non sono tecnicamente simboli ma propriamente un linguaggio. Tuttavia, anche il simbolo è una forma di comunicazione, ma mentre le note parlano nella stessa maniera a tutti (oggettivamente sono strumenti del suono); invece i simboli parlano a tutti in maniera differente (soggettivamentesono strumenti della psiche) estraendo da ognuno solo quel che può.

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